Europa in Ford: RUBJERG KNUDE

«Per essere un faro, devi essere così forte da resistere a ogni forma di tempesta, a ogni genere di solitudine e devi avere una luce potente dentro di te.»

C’è un luogo silente, un deserto fatto di sabbia, arbusti e manti erbosi, sferzato da venti di tempesta, che impietosamente ne divorano le estremità. Un luogo in cui abbandonarsi e riflettere, farsi trasportare dalle folate ed ascoltare la natura.
Parlo dello Jutland Settentrionale, la punta della Danimarca, dove le acque del Kattegat si congiungono con quelle dello Skagerrak, formando onde ed increspature che rendono la navigazione difficoltosa. Il tratto orientale, quello costeggiato dal Kattegat, è caratterizzato da spiagge pianeggianti, enormi distese di sabbia considerate tra le più belle del Nord Europa. Inoltre la costa presenta molti resti dei bunker della seconda guerra mondiale. Il tratto occidentale invece, è il volto selvaggio di questa penisola, presenta scogliere alte, frastagliate e brulle.

Lønstrup Klint è il luogo perfetto in cui osservare come la natura si scaglia con tutta la sua immensa potenza, piegando ciò che sta sul suo cammino. Il vento selvaggio divora ogni anno all’incirca un metro e mezzo di costa. Ed è proprio qui che sorge una singolare costruzione che sfida gli elementi, ergendosi fieramente a 60 metri sopra il livello del mare: il Rubjerg Knude.

Vista dall’alto (foto originale dal sito: visitdenmark.it)

Alto 23 metri, costruito nel 1899, vide la propria luce accendersi per la prima volta il 27 dicembre 1900. Oltre alla torre centrale, erano presenti due edifici adiacenti: la casa del guardiano e quella del fuochista. Inizialmente il fascio luminoso veniva alimentato a gas, generato da un impianto di produzione proprio della struttura, in breve tempo sostituito da un’alimentazione a petrolio, fino al 1948 quando l’illuminazione venne rimpiazzata da una lampada elettrica ad incandescenza. Il meccanismo che ne garantiva il moto rotatorio era collegato ad un orologio che doveva essere caricato ogni 3 ore, motivo per il quale era necessaria la costante presenza del guardiano.

Il faro rimase così in uso fino al 1 agosto del 1968, quando smise di essere operativo. Purtroppo già dagli anni ’10 iniziò l’avanzata rapida ed inesorabile di una duna di sabbia che minacciava di inghiottirlo. Difatti all’epoca della sua costruzione, distava ben 200 metri dalla linea di costa. Per i 40 anni successivi si tentò di arrestare la sabbia, creando delle barriere in legno, piantando della vegetazione. Fu tutto vano, al punto che la duna crebbe fino a impedire al segnale del nautofono* di essere udibile oltre ad essa. Per lungo tempo gli edifici antistanti vennero adibiti a museo e caffetteria, finché, eccessivamente danneggiati dalle intemperie, vennero demoliti nel 2009.
*in zone particolarmente colpite da episodi di nebbia, viene utilizzato questo strumento (detto anche corno da nebbia), che emette un suono distintivo del faro, udibile dalle imbarcazioni e permette ad esse di orientarsi quando impossibilitate a vedere segnali luminosi.

Viste le condizioni atmosferiche, venne fatta una previsione secondo la quale il faro avrebbe cessato di esistere entro il 2023, completamente crollato ed inghiottito dalla sabbia.

Così, nel 2019 la Danimarca ha deciso di fare una singolare scelta di salvataggio: nel mese di ottobre è stato spostato di ben 70 metri dalla costa, garantendo quindi alla struttura vita fino al 2060.
Dal 2016 la cima è raggiungibile grazie ad una scala a chiocciola. Di recente la lente è stata rimossa e sostituita con un caleidoscopio che permette ai raggi solari di riflettersi all’interno della struttura.

In conclusione, questo luogo è diverso ogni volta in cui lo si visita, le dune circostanti avranno una collocazione diversa, la luce solare donerà una sensazione differente in base all’ora della giornata, infine il clima stesso offrirà una prospettiva sempre nuova. Io l’ho visto così, immerso nel silenzio di un freddo tramonto invernale, solenne e placido. Ho fatto una corsa contro il tempo per arrivare prima che il buio inghiottisse tutto, ho fatto una deviazione costata 10 ore di viaggio per giungervi. Una volta arrivata in cima mi sono fatta trasportare, mi sono persa nel mare sconfinato, ho permesso al vento di scompigliarmi i capelli, provando nel contempo un senso di pace e rispetto di fronte a tanta selvaggia bellezza. Oggi so per certo che ogni secondo trascorso in viaggio per arrivarvi, è valso oltre ogni dire.

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