Подрум – Il Rifugio

Belgrado, Aprile 1999, 12 anni e tanta voglia di conoscere il mondo.

Il suono cadenzato proveniente dalla pendola in corridoio dava voce al tempo, rendendolo concreto e palpabile. Ogni volta che le implacabili lancette si spostavano sul quadrante, restava un secondo in meno da trascorrere in questa vita. Tutti nella casa stavano dormendo. Io non potevo dormire. C’erano troppe belle cose da fare. Ancora stesa sul mio letto, guardavo fuori dalla finestra. La luce smorzata di quella mattinata grigia di aprile, donava la sensazione che la primavera non fosse ancora realmente arrivata. Provai a resistere per un po’, ma l’impazienza era troppa. Ancora altri sessanta movimenti, mi dicevo. Quel conteggio era doloroso, dovevo alzarmi.

Il respiro pesante che giungeva dalla stanza accanto mi spinse a fermarmi lungo il corridoio per sbirciare: nonna dormiva profondamente, con la bocca leggermente socchiusa. Rimasi poggiata sullo stipite a guardarla per un po’. La moquette sotto le piante dei piedi nudi donava una piacevole sensazione.

In cucina il nonno era seduto davanti alla finestra, intento a scrutare la città attraverso lo schermo trasparente. Dovevo saperlo, lui era sempre il primo a svegliarsi. Mi avvicinai di soppiatto e mi misi a sedere. Si voltò e mi guardò come se fossi sempre stata li: “Vuoi del pane e marmellata?” annuii. Chissà a cosa stava pensando. Era sempre piuttosto serio. Certe volte lo trovavo petulante a causa dei suoi continui rimproveri. Mi dava fastidio che mi dicesse costantemente cosa fare, dopotutto avevo 12 anni, non ero più una bambina.
Mi aveva promesso che quel giorno saremmo andati al mercato delle pulci. Lui doveva comprare una nuova đezva per il caffè ed io ero così impaziente di andarci. Per lui naturalmente non era un’esperienza entusiasmante, era convinto che vi fossero solo cianfrusaglie a buon mercato, ma nel paese in cui vivevo io non esisteva nulla di simile. Quindi, ogni volta che andavo a trovare lui e la nonna, volevo che mi ci portassero! Mi sembrava un luogo magico, pieno di gente, una città dentro la città, gremita di piccoli chioschetti ed improvvisati banconi di cartone, su cui era esposta merce di ogni genere. Le persone che popolavano quel ricettacolo di paccottiglia, sparso in una rete capillare che si estendeva per centinaia di metri, erano ciò che più mi attraeva di quel posto. Erano così cordiali, tutti amavano parlare e mi facevano tante domande. Spesso mi offrivano degli assaggi del cibo che vendevano e mi regalavano anche degli oggetti, come magari un bracciale, una tazza o un cappellino. Mio nonno non voleva che li prendessi, li restituiva dicendo che non ne avevo bisogno e che erano di poco conto, ma per me non era così. Erano dei cimeli. Quando tornavo a casa, li riponevo sul ripiano del mobile in camera mia, vicino alla collezione di cartoline che mi venivano mandate da tutto il mondo. Facevo promettere alle persone con cui entravo in contatto, di mandarmene una da ogni luogo. Ne avevo centinaia, tanto dalle Maldive, quanto dall’Egitto o dal mio stesso rione. Nonno non capiva. Collezionare ricordi dalle persone, mi donava la sensazione che queste fossero tutte quante li con nella mia stanza. Mi facevano sentire meno sola al mondo.

La marmellata di albicocche che lui preparava in casa era la mia preferita, ne stesi una generosa porzione sulla fetta di pane e la addentai con gusto. Anche nonna si era svegliata, era appena entrata in cucina con ancora addosso la camicia da notte.
Da fuori giunse il boato di un aereo in lontananza. Li vidi scambiarsi uno sguardo. Nei giorni precedenti ne erano passati tanti. Ne parlavano anche al telegiornale. “Forse sarebbe meglio se non andaste oggi.” disse nonna rivolgendosi a lui. Io mi voltai incredula. Tutti avrebbero potuto tradirmi, ma non lei. “Cosa? No! Io voglio andare!” e guardai nonno che non aveva detto niente ma si era semplicemente messo a guardare nuovamente fuori dalla finestra. Lei mi osservò con occhi amorevoli e pieni di compassione “Anima mia, è pericoloso. Restiamo a casa, cucineremo assieme e poi mi darai una mano a riparare le vecchie collane. Ti piace tanto farlo. Nonna ti prepara quello che vuoi.”
Ero furibonda: “Non voglio cucinare! Voglio andare al Buvljak! Me l’avevate promesso!” lei provò ad avvicinarsi ma io mi scansai e corsi in camera. Con la coda dell’occhio riuscii solo a intravedere la sua espressione intrisa di tristezza e dispiacere. Ma a me non importava. Anzi! Ero felice che si fosse rattristata, perché non sapeva cosa mi aveva procurato, disilludendomi così. Erano due bugiardi, non volevo più parlare con loro. Sentii solo mio nonno che le diceva: “Lasciala stare, le passerà.”

Sbattei violentemente la porta e la chiusi a chiave, non volevo vedere nessuno. Le mie grida svegliarono mia zia. La sentii in cucina, intenta a lamentarsi per quanto fossi indisciplinata e che probabilmente meritavo solo di prenderle, perché non la lasciavo riposare nemmeno in vacanza.
Li odiavo tutti. Ci si erano messi pure loro, come se i miei amici non bastassero! Nei giorni precedenti gli amici di una vita avevano preso a evitarmi, non mi salutavano più. Io gli parlavo e non mi rispondevano. Ci conoscevamo da quando ero piccolissima! Giocavo con loro per tutta l’estate, d’inverno, quando c’erano le vacanze di natale, scendevamo con gli slittini dalle collinette completamente innevate che si trovavano davanti ai condomini. Chiesi ai nonni perché facessero così, ma non mi risposero. Quando finalmente incontrai il figlio della famiglia che viveva al primo piano, gli dissi che se non mi avesse risposto, lo avrei riempito di botte. Lui abbassò lo sguardo, un po’ imbarazzato, ma un secondo dopo sollevò il capo e mi guardò con rancore: “Non parlo con te. Tu vieni dall’Italia. Voi avete permesso tutto questo, gli aerei li mandate da casa vostra. Adesso vai via, il tuo posto non è qui.” Dicendo questo mi lasciò nel corridoio senza darmi spazio di replica.

Mentre stavo seduta sul letto con le gambe incrociate pensai che quella era la peggior vacanza di sempre, non mi ero mai sentita così sola quando ero a Belgrado. Almeno li avevo qualcuno. Fino ad allora. Si stavano comportando tutti in maniera impietosa, sembrava quasi che fosse tutto legato a me.

Nella stanza c’era una stampa, una riproduzione della Monna Lisa. Mi generava un senso di inquietudine quell’immagine. Mentre la fissavo, cominciai a sentirmi lentamente svuotata.
Nonna bussò alla porta: “Anima mia, apri alla nonna, ti prego.” Non volevo vederla in quel momento: “Vai via.” Ma lei continuò dolcemente: “Barby…” ma si interruppe all’improvviso. Le parole le rimasero impigliate in gola a metà, nell’etere si diffuse un suono spaventoso, inaspettato, gelido come l’alito della morte stessa.

UUAAAAAAUU. Lento e impietoso. Assordante. Mi riscossi subito, sedendomi sul bordo del letto, gli occhi spalancati, i sensi all’erta. Sentii freddo. Di nuovo UUAAAAAAUU. Nonna batteva forte col pugno sulla porta: “Barby, apri, subito!” intimò con voce spezzata dal panico. Ero frastornata, aprii, i suoi occhi erano come quelli di un gatto, spalancati e con le pupille dilatate. Mi afferrò freneticamente e mi abbracciò, per poi allontanarmi e spingermi verso il corridoio, il tutto in una frazione di secondo. Ancora UUAAAAAAUU. Dunque era questo il suono della paura? La sirena riecheggiava minacciosa in tutta la città, il suo fragore era così forte che temevo avrebbe fatto sbriciolare le pareti. Ululò e ululò ancora, potentemente, spaventosamente, senza mai fermarsi. Non aveva tempo per badare a noi. Quando il rumore si attutiva, si sentiva il feroce frastuono dei caccia: sembravano centinaia, uno sciame letale. Nonno mi afferrò il braccio in una morsa selvaggia che mi fece stringere le spalle per il dolore, mi spinse con violenza fuori dalla porta: “Fuori! Adesso!” mia zia e mia nonna dietro di noi, terrorizzate. Tutte le porte sul pianerottolo erano aperte, stavamo per prendere le scale, quando mio nonno si fermò: dall’altro lato del pianerottolo vidi il signor Libe, era un vecchietto che faticava a camminare, in quei giorni il figlio era via, non ce l’avrebbe mai fatta da solo. Nonno disse: “Andate, ci vediamo giù.” dirigendosi verso l’uomo malfermo. Nonna e zia erano già infondo alla prima rampa di scale “Barby!!!” urlò la nonna cercando di sovrastare il rumore. La casa tremava, il caos era calato su di noi come un opprimente guanto. Rimasi piantata sul pianerottolo del 10° piano come se per me il tempo si fosse fermato: nonno trascinava il vecchietto, dai piani superiori la gente correva giù dalle scale facendo tre gradini alla volta, noncuranti del rischio di cadere, la bambina dei vicini aveva cercato di entrare nell’ascensore ma la mamma l’aveva trascinata e la pesante porta si era richiusa violentemente sulle sua dita, tranciandole un paio di unghie che ora sanguinavano copiosamente. Urla, panico, un vortice, i suoni mi sembravano ovattati, come se emergessero da un liquido denso, sovrastato solo da quel spaventoso UUAAAAAAUU. Mi sentii afferrare il braccio, mi arrivò uno schiaffo e poi venni trascinata a forza giù. Era mia zia, in preda al terrore, mi stava urlando contro di tutto. Non capivo una sola parola. Correvo con lei e la nonna giù per le scale di beton. In quel momento il tempo sembrava scorrere a velocità doppia. Sentivo la superficie fredda e ruvida sotto le mie piante scalze. Venivo urtata da tutte le parti, nessuno capiva più nulla. Finalmente la porta rossa del rifugio sotterraneo si materializzò davanti a noi.


Quando arrivarono tutti la porta venne chiusa. Nessuno osava fiatare. Solo qualche bambino piangeva e tirava su col naso. Girandomi vidi la piccola che si era ferita alla mano, la mamma la stava stringendo, cercando di cullarla dolcemente, mentre teneva posati i palmi sulle orecchie affinché non sentisse. Era rannicchiata e stava tremando. Si teneva il polso con la piccola manina. Abbassando lo sguardo vidi che aveva bagnato i pantaloni. Distolsi lo sguardo. Era un quadro surreale. Tutti seduti mentre la tempesta impazzava sopra le nostre teste.

La sirena adesso sembrava lontana anni luce, poi sentimmo l’esplosione. Trasalimmo tutti. Le lampade nel rifugio ebbero un tremolio, nessuno osava guardare gli altri negli occhi. Il terrore era palpabile, come una presenza concreta in quello spazio. Aveva un peso, un colore, un suono, finanche un odore. Non avevo mai sentito l’odore della paura fino ad allora. Un altra esplosione, stavolta più forte, più vicina. La casa tremo. Buio.

Le luci si spensero all’improvviso. Qualcuno urlò, per poi singhiozzare sommessamente. Nell’oscurità totale di quella cavità sotterranea rimanemmo tutti immobili, con i sensi all’erta. Improvvisamente, dopo tutto quel rumore, calò il silenzio. Non si sentiva un singolo suono. Rimanemmo tutti immobili, inchiodati ai nostri posti ad ascoltare il vuoto. Pensai che era giunta la fine.

Non so per quanto tempo il buio ed il silenzio ci tennero prigionieri, forse minuti, forse ore, potevano essere trascorsi anche giorni. La mia percezione era ormai alterata.

Quando uscimmo sembravamo dei naufraghi, sopravvissuti ad un viaggio devastante per l’anima. Una volta aperta la porta rossa, ricordo solo il colore del cielo che mi sovrastava ed il silenzio che regnava nella mia testa.

Ed il silenzio era molto più spaventoso di tutto ciò che avevo vissuto in precedenza.

Sapevo che nulla sarebbe mai più stato uguale.

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